Metodo · Analisi dello sprint
Quasi tutte le letture del profilo di accelerazione partono da una normalizzazione che sembra ovvia e che invece rovescia la classifica. Ecco come si costruisce una lettura che regge.
La domanda che interessa a un allenatore è semplice: questo atleta è forte in partenza rispetto a quanto corre? La normalizzazione ovvia è esprimere la velocità dei primi metri come percentuale della velocità massima. Sembra la cosa giusta da fare. Non lo è.
Su questi dati, la percentuale di velocità massima raggiunta nei primi 10 metri correla +0.51 con il tempo sui 100 negli uomini e +0.63 nelle donne. Correlazione positiva con il tempo significa che più alta è quella percentuale, più l'atleta è lento. Una classifica costruita su quell'indice mette gli sprinter peggiori in cima all'elenco dei migliori acceleratori.
Il motivo non è un errore di calcolo, è fisiologia: chi ha una punta più alta accelera più a lungo, e nei primi metri si trova a una frazione più bassa del proprio massimo proprio perché quel massimo è più alto. La percentuale misura soprattutto quanto è modesto il tetto.
La velocità media sul 10–20 correla con la velocità massima +0.78 negli uomini e +0.87 nelle donne. Senza separarle, «forte sul 10–20» significa soltanto «ha una punta alta».
La correzione è togliere da ogni sezione la parte che la velocità massima già spiega, e tenere solo quello che resta. Quel residuo è la forma del profilo: quanto l'atleta rende in quella sezione rispetto a ciò che il suo stesso motore prevede. Livello e forma diventano due assi indipendenti, invece di una misura sola travestita da due.
L'ordine con cui si procede non è neutro e va dichiarato: prima il vento, che è condizione di gara e non qualità dell'atleta; poi la velocità massima, che è il determinante dominante della prestazione (r = −0.95 con il tempo); poi i primi 10 metri; infine il 10–20, depurato anche dalla partenza. Dopo questo passaggio la correlazione fra residuo di accelerazione e tempo scende a +0.15: descrive la forma, non più il livello.
Prima di dire che un atleta «è forte in partenza» bisogna dimostrare che quella è una sua caratteristica e non una proprietà della singola gara. La misura è la correlazione intraclasse: la quota di varianza che appartiene stabilmente all'atleta.
| Componente | Uomini | Donne | Prove |
|---|---|---|---|
| Velocità massima | 0.66 | 0.80 | 2 |
| 0–10 m | 0.41 | 0.40 | 5 |
| 10–20 m | 0.37 | 0.38 | 6 |
La velocità massima è stabile già da una gara. Le componenti di accelerazione no: da una prova singola, buona parte di ciò che sembra profilo è imprecisione di misura. Servono cinque o sei prove perché la lettura regga, e finché non ci sono la stima va contratta verso la media invece che presa alla lettera.
Questo non vuol dire che le oscillazioni non contino. A parità di velocità massima, chi accelera peggio corre più lento: su 276 coppie di gare dello stesso atleta con punta identica, nel 59.8% dei casi la gara più veloce è quella con la partenza migliore. L'effetto è reale; è la misura a essere rumorosa.
Qui arriva il risultato che cambia le priorità di lavoro. Convertendo il guadagno di una sezione in secondi sul totale, quel numero si può confrontare con il tempo che la sezione vale da sola, per pura aritmetica. Il rapporto fra i due dice se il guadagno resta confinato oppure si propaga.
| Sezione | Effetto reale | Sola sezione | Leva |
|---|---|---|---|
| 0–10 m · uomini | −0.291 | −0.317 | 0.9× |
| 10–20 m · uomini | −0.204 | −0.113 | 1.8× |
| 0–10 m · donne | −0.324 | −0.360 | 0.9× |
| 10–20 m · donne | −0.354 | −0.135 | 2.6× |
Migliorare la partenza rende esattamente il tempo di quella sezione e nulla più: lo scarto sui primi 10 metri non correla con quello che succede dopo. Migliorare la transizione rende circa il doppio, perché si propaga sui tratti successivi.
A parità di deficit, la fase di transizione paga circa il doppio della partenza. Un atleta con un buco di uguale entità nelle due sezioni va fatto lavorare prima sul 10–20.
Stessa velocità massima molto alta, due letture opposte. Le barre indicano lo scarto rispetto agli altri atleti: il centro è la media.
Un motore molto grande e un solo collo di bottiglia, netto, nei primi appoggi. Tutto il margine sta lì, ma con leva bassa: il guadagno vale quello che vale, senza moltiplicatori.
Parte in linea con le altre, poi la transizione non tiene il passo di una punta eccezionale. È il caso in cui la leva lavora a favore: qui il margine si propaga fino al traguardo.
Che una sezione sia il punto debole è una misura. Che un determinato mezzo di allenamento la corregga è un'ipotesi meccanicamente motivata, non un fatto dimostrato: la letteratura sull'allenamento resistito è discordante, e uno studio che si attendeva adattamenti distinti fra carichi pesanti e leggeri ha trovato invece piccoli miglioramenti in entrambe le qualità con entrambi i carichi.
La diagnosi serve a scegliere dove guardare per primo e a stimare quanto vale il margine. La verifica resta il retest: si misura, si lavora, si rimisura. È l'unico passaggio che trasforma un'ipotesi in una conferma.
Lo stesso calcolo, sui tuoi atleti: inserisci gli split e ottieni profilo, margine e priorità.
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